Archivio Domenico Rea
Profilo bio-critico dell’editore
Domenico Rea è stato uno scrittore e giornalista italiano tra i più significativi della sua generazione. Nasce a Napoli, ai Gradoni di Chiaia, l’8 settembre 1921, da Giuseppe, ex carabiniere, e Lucia Scermino, ostetrica. Nel 1924 la famiglia si trasferisce a Nocera Inferiore (SA), dove il piccolo Domenico trascorrerà un’infanzia felice, a contatto con la campagna e la circolarità delle stagioni. Alle elementari, il brusco incontro con le disparità sociali (per cui si veda il romanzo breve Ritratto di maggio, Milano, Mondadori, 1953) gli rivela di colpo la miseria della propria condizione familiare e culturale. Dopo aver frequentato senza entusiasmo le scuole di avviamento professionale per imparare i rudimenti della ragioneria, si prospetta per Rea la possibilità di un impiego come contabile in un pastificio o in una fabbrica di conserve (a questo fine, apprende la stenografia).
In questo periodo avviene anche l’incontro, folgorante, con la lettura: il futuro scrittore ruba due libri durante una fiera di strada a Salerno, ovvero la Storia della letteratura italiana (De Sanctis) e le Operette morali (Leopardi). Da qui in avanti, Rea diventerà un lettore voracissimo e inarrestabile. La sua formazione letteraria sarà poi incoraggiata dal francescano Angelo Iovino, che gli apre le porte del convento di Santa Maria degli Angeli di Nocera. Alla lettura si alternano le prime prove di scrittura: tra il 1937 e il 1946 il giovane Rea riempie – con grafia fittissima, spesso stenografata – sedici quaderni e centinaia di fogli sparsi, che testimoniano i turbamenti, gli slanci, le passioni e i dolori di un adolescente costretto all’asfittica vita di provincia.
Saranno Marco Levi Bianchini, direttore dell’ospedale psichiatrico di Nocera Inferiore, e il pittore Luigi Grosso, confinato politico, a incoraggiarlo a continuare nell’attività letteraria. Tra il 1941 e il 1943 Rea fa le sue prime esperienze giornalistiche («Il Popolo fascista», «Noi giovani»); nello stesso periodo incontra la futura moglie, Annamaria Perilli. Nel 1944 si iscrive al PCI e si impiega come operaio alle Manifatture Cotoniere Meridionali.
Si reca spesso a Napoli, dove riesce a incontrare Francesco Flora, che patrocinerà la pubblicazione su «Mercurio» (settimanale diretto da Alba De Céspedes) della novella La figlia di Casimiro Clarus. A Napoli, città che, dopo la Liberazione e nonostante l’occupazione americana, sta vivendo uno dei suoi più straordinari momenti di vivacità culturale, frequenta i giovani intellettuali che avrebbero dato vita alla rivista «SUD» (Compagnone, Incoronato, La Capria, Ortese).
Nel 1945 si reca a Milano in cerca di fortuna: qui incontra Alberto Mondadori, che lo incoraggia a proporre alla Casa editrice una raccolta di racconti. Nel 1947 vedrà dunque la luce Spaccanapoli, folgorante libro d’esordio, in cui Rea prende le distanze dal bozzettismo partenopeo e dal neorealismo imperante descrivendo la plebe di Nofi (così ribattezzerà il suo paese) con una prosa barocca, allo stesso tempo cruda e sensuale. Nel medesimo anno lo scrittore inizia a collaborare regolarmente con «Il Giornale» e con «Milano-Sera». Da qui in avanti, «la schiavitù giornalistica» diventerà parte integrante della sua esistenza di uomo e di intellettuale.
Nel 1948 si reca in Brasile, sconfortato dallo scarse vendite di Spaccanapoli. Da qui invia a «Milano-Sera» e al «Nuovo Corriere» numerose corrispondenze di viaggio: è la prima inchiesta estera del Rea giornalista. Rientrato in Italia, pubblica per Mondadori l’opera teatrale Le formicole rosse; si trasferisce a Napoli con Annamaria, sposata nel 1949 (dalla loro unione nel 1954 nascerà la figlia Lucia).
Nel 1950 esce un nuovo libro di racconti a tema napoletano, Gesù, fate luce (Milano, Mondadori), che vince il Premio Viareggio. A questi anni risale altresì lo scambio epistolare con Calvino, che riconosce in Rea uno degli scrittori più promettenti della nuova narrativa italiana.
Nel frattempo Rea, nonostante Mondadori e la critica lo sollecitino alla stesura di un romanzo, progetta un nuovo libro di racconti, Quel che vide Cummeo (Milano, Mondadori, 1955), in appendice al quale viene collocato il seminale e programmatico saggio Le due Napoli.
Nel 1956, in seguito ai fatti d’Ungheria, si consumano la rottura con il PCI l’abbandono di «Paese-Sera» (per il quale Rea, nel 1954, aveva scritto un reportage su Praga non gradito ad alcuni esponenti del Partito). A partire dal 1957, inizia la collaborazione di Rea a quotidiani di area più conservatrice: «Il Messaggero» (1957-1963) e «Il Mattino» (in assoluto la collaborazione giornalistica più lunga di Rea: seppur con ritmo desultorio, si protrarrà fino al 1994, anno della morte dello scrittore).
Nel 1959, sollecitato da più fronti (editore e critici) Rea pubblica con Mondadori il romanzo Una vampata di rossore, spietato ritratto della propria condizione umana e familiare. Nonostante l’assegnazione del Premio Napoli (diviso ex aequo con Il nuovo corso di Mario Pomilio), il libro riceve un’accoglienza tiepida. Deluso e amareggiato, Rea si chiude in una lunga fase di ripiegamento interiore, dichiarandosi estraneo alle nuove tendenze sperimentali e sfiduciato nei confronti della letteratura stessa, che percepisce schiava delle leggi del mercato (tale stato d’animo troverà sfogo nella rivista «Le ragioni narrative», animata con Incoronato, Pomilio, Prisco).
Nel 1960 esce Il re e il lustrascarpe (Napoli, Pironti), ‘zibaldone’ di racconti, elzeviri, pezzi di costume, cronaca, bozzetti che hanno come filo conduttore Napoli. Nel 1965 escono per Mondadori I racconti (in cui confluiscono Spaccanapoli, Gesù, fate luce, Quel che vide Cummeo e altri racconti già noti), insigniti del Premio Settembrini. Questi due volumi segnano, seppur in maniera diversa, una cesura nell’attività letteraria di Rea che, per quasi trent’anni, si consacrerà quasi totalmente alla vocazione giornalistica collaborando a decine di quotidiani e periodici, sia con pezzi ‘napoletani’ sia con reportage all’estero (si recherà a Bombay, Bangkok, Hong Kong). Oltre ai già citati «Il Messaggero» e «Il Mattino» (presso il quale, tra il 1977 e il 1979, rivestì il ruolo di critico teatrale), ricordiamo: «Il Corriere della Sera», «Il Corriere d’informazione», «La Gazzetta del Mezzogiorno», «Qui Napoli», «Il Napoletano», «La Repubblica». La scrittura giornalistica di Rea non è mai neutra, ma è sempre nutrita da una profondo bisogno di denuncia sociale, che spinge lo scrittore a servirsi dello spazio democratico del giornale per portare alla luce le contraddizioni del presente.
Nel 1967 lo scrittore diventa membro del comitato di consulenza per i programmi radiofonici e televisivi del Centro RAI di Napoli; inoltre, insieme a Mario Guida e a Pellegrino Sarno, anima la celebre “Saletta Rossa” della Libreria Guida a Port’Alba, organizzando incontri con alcuni dei più celebri protagonisti internazionali dell’epoca (Barthes, Ungaretti, Pasolini, Kerouac, Pivano, Ginsberg, Eco, Sanguineti, Moravia e Simenon). Nel 1970 diventa giornalista professionista.
La vena socio-antropologica del Rea saggista e fine analista della questione napoletana e meridionale emerge dalle raccolte Diario napoletano (Milano, Bietti, 1971), Fate bene alle anime del Purgatorio (Napoli, SEN, 1973), Pensieri della notte (Milano, Rusconi, 1987), Crescendo napoletano (Milano, Leonardo, 1990), quasi tutte nate dal sapiente montaggio di pezzi anticipati su rivista. Nel 1979, invece, era uscita la seconda opera teatrale di Rea, Re Mida (Napoli, SEN).
Nel 1985, con la pubblicazione del Fondaco nudo (Milano, Rusconi), lo scrittore spaccanapolitano torna di prepotenza sulla scena nazionale: il libro, felicemente accolto dalla critica, è una raccolta di testi vecchi e nuovi, narrativi e saggistici, a cui non è estranea l’influenza di Piero Camporesi. L’isolamento letterario di Rea sembra dunque finito: prova ne sia la pubblicazione, nel 1992, del romanzo Ninfa plebea (Milano, Leonardo), che si aggiudica il Premio Strega. Contesissimo dalla stampa italiana, Rea rilascia numerose interviste e continua la propria attività giornalistica (sia sul «Mattino» sia sulla «Repubblica»). Colpito da un ictus a Benevento, Don Mimì si spegne a Napoli il 26 gennaio 1994.